Povertà o carità
Consumati i suoi sandali di giunchi
e vecchie pelli
si allontana, un po’ curvo
nei suoi molti anni
il mio maestro pellegrino.
Giunto nella mia casa, nella pace
scandita dalle silenziose onde del lago
dal frondar delle foglie al vento
che ne imbrunisce le spoglie
quando fuggono al nido
le piccole creature che temono
la candida sposa dell’inverno
non digiunò, né indicò maldicente
i miei averi. Non temette
di spender soldi in china
per le molte parole di una donna.
Mi insegnò a coltivare la terra,
e trassi il pane, dai miei campi.
Condivise con me la sua sapienza
mi insegnò ad irrigare
e invece di digiunare, e pregare nella povertà
per dar sollevo ai tanti figli
che come cicale giacciono, sui cigli
delle strade
andai a mani colme, a donare
senza rimanere privata di niente,
come sta scritto:
“ E quando furono saziati, disse ai discepoli: << Raccogliete i pezzi avanzati perché nulla vada perduto>>. Li raccolsero e riempirono dodici canestri con i pezzi di cinque pani d’orzo, avanzati a coloro che avevano mangiato...
Carità o povertà, mi dite? Come dev’essere colui che di Dio porta la dedicazione e la testimonianza? Come deve camminare, colei che osa dirsi sua discepola?
Così risponde San Francesco di Sales, della Chiesa Vescovo e Dottore, per chi per sincerarsi e rassicurarsi della verità ha bisogno di titoli e conclamato onore:
Jasmin Felli (©)
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